Transiti – Rachel Cusk

«… qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato.»

La letteratura è costellata di interrogativi su chi siamo veramente noi, come appariamo, come vogliamo mostrarci agli altri: un continuo gioco di specchi tra la nostra vera identità e la maschera che ci hanno chiesto di indossare o la parte che ci siamo imposti di recitare. Ed ecco che Carla mi chiede di pensare a un libro su un tale tema, complesso e molto trattato: la scelta è scivolata su un romanzo fresco di stampa, ma anche fresco nella sua originalità di scrittura, piana e profonda. La storia principale – quella di una scrittrice da poco trasferitasi a Londra con i suoi due figli, “in transito” verso una nuova dimensione dopo una separazione – ne contiene molte altre: la protagonista incontra tanti personaggi diversissimi tra loro, con i quali instaura un dialogo talmente intenso da risultare quasi una sorta di seduta psicoterapeutica. Alla fine di ogni racconto o microstoria il personaggio ha gettato la maschera, o almeno ha svelato una parte di sé che rimaneva nascosta e inespressa. Quasi senza volerlo, mossa solo da una curiosità che nasce senz’altro dalla sua professione di cercatrice e narratrice di storie, la protagonista incalza con delicatezza i suoi interlocutori, o viene semplicemente scelta per ascoltare lo svolgersi dei fatti e dei ricordi, le molteplici narrazioni di sé che ognuno di loro decide di raccontare. Che si tratti di un impresario edile, di un ex fidanzato, o di persone che ruotano intorno al mondo della scrittura, tutti aprono squarci di vita passata, spesso dolente, davanti agli occhi della donna, e nel parlare riflettono sui propri comportamenti, raccontano di abbandoni e durezze, ma mostrano anche lati sgradevoli, poco chiari della loro stessa esistenza. Rachel Cusk, attraverso il suo alter ego scrittrice, nota tutto con grande capacità evocativa, uno sguardo, un taglio di capelli, un modo di sedersi o di alzare un sopracciglio. E nello stesso tempo non è mai superficiale, affonda il coltello nelle vite vere delle persone e ci restituisce un quadro composito, inevitabilmente ponendoci domande altrettanto incalzanti su di noi, chi siamo e cosa vogliamo essere.

 

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