Storia di Ásta – Jón Kalman Stefánsson

Prendere in mano un libro di Stefánsson e cominciarne la lettura significa immergersi in un universo complesso e ricco di tanti elementi, anche diversissimi, in cui si rischia di perdersi. Bisogna quindi armarsi di pazienza, essere disposti a capire e attendere, e lasciarsi trasportare dal suo linguaggio semplice e magnetico e dalla sua profonda capacità di narrare. Come ci suggerisce chiaramente il titolo, qui la protagonista è Ásta, e sappiamo sin da subito che si tratta di una donna avanti con gli anni, che ha molto vissuto e molto sofferto. La sua storia si intreccia inevitabilmente con le storie dei suoi familiari e del padre in particolare, ma anche con le vicende delle persone che incontra, e che segnano la sua esistenza in un arco di tempo lungo quanto una vita.

Le voci si alternano, le personalità emergono, il romanzo si affolla sempre più delle azioni di singoli individui e dei loro caratteri, di avventure e di molte disavventure. Stefánsson racconta con intensità la gioia e il dolore, le molte sfaccettature del desiderio, anche negli aspetti più brutali, e il senso incombente della morte. Naturalmente anche l’amore, e la sofferenza che porta con sé. Termometro di tutti i sentimenti che si rovesciano sui personaggi è il clima di Islanda, furioso e inflessibile quanto stupefacente, sempre presente come se si trattasse di un personaggio che influenza la scena non meno degli uomini.

Lo scrittore sceglie di raccontare in più voci (tre sono i narratori, con punti di vista diversi) e in più tempi (l’infanzia e l’adolescenza di Ásta, l’età adulta e il suo presente). Noi lettori ci troviamo spesso a rileggere, a tornare indietro per ricordare meglio cosa era accaduto venti pagine prima (o venti anni dopo): questa “tecnica narrativa” può creare confusione, o indurre – e forse questo è l’intento dello scrittore – una smania di capire, di indagare e scoprire perché Ásta spesso si trova sull’orlo di un precipizio, o chi è il misterioso personaggio a cui scrive molte lettere d’amore e d’assenza. È scomparso, è fuggito, cosa è successo fra loro?

Alla fine della storia, abbiamo la sensazione di aver attraversato una tempesta, eppure ci sentiamo sollevati dai messaggi che ci vengono lasciati: la potenza della memoria, il senso della scrittura come forma di comprensione della realtà e faro in grado di illuminare le nostre notti. «Esistono due mondi, almeno, caro fratello. Da una parte quello che appare agli occhi di tutti… dall’altra c’è un universo segreto… Tu lo chiami il mondo della poesia, e lo prendi come pura finzione. Benissimo. Ma che ti piaccia o no, questa maledetta poesia a volte è l’unica cosa capace di definire l’esistenza per com’è davvero».

 

 

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