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IL LUNGO SGUARDO (ELIZABETH JANE HOWARD - FAZI EDITORE)

The long view (Il lungo sguardo, trad. Manuela Francescon, Fazi Editore).
Sulla copertina due occhi malinconici e sensuali attraggono la curiosità di chi, come noi affamati di storie, si aggira tra gli scaffali della libreria in cerca di qualcosa di insolito: tutto il libro in effetti potrebbe essere condensato e contenuto nell’essenza e nella profondità  di uno sguardo. Nella possibilità di guardare, da una certa distanza e con il distacco di chi è ormai carico di esperienza, la propria vita sentimentale, il rapporto con “gli altri”, o semplicemente la strada percorsa nell’arco di ventiquattro anni. Londra, 1950: la protagonista è una donna, madre e moglie, e dalla soglia della sua casa  – a farne parte troviamo una famiglia benestante, delineata in pochi tratti come vacua e dolente – si snoda il lungo racconto a ritroso, per tappe, che tocca il 1942, il 1937, e il 1926, l’anno da cui tutto comincia. Antonia appare in ogni epoca come la stessa e un’altra: se ne avverte da subito la personalità raffinata e sensibile a ogni fruscio del mondo, determinata, eppure fragile, aperta alla vita, ingenua e infine disincantata, estremamente moderna e tuttavia soggiogata dalle figure maschili che la sfiorano anche solo di sfuggita. Le mille sfaccettature che compongono il suo carattere e ne delineano la personalità emergono nitidamente in ogni immagine, dialogo o pensiero espresso con una intensità a volte talmente coinvolgente da costringerci a un’immedesimazione sofferente. In realtà ogni personaggio esiste, con una propria vitalità, come se lo avessimo incontrato e conosciuto e ci fosse chiaro con chi abbiamo a che fare. Ma il ruolo da protagonista viene conteso dalla fortissima personalità dell’uomo di una vita, il marito. Conrad. Accanto a loro, si possono seguire e quasi visualizzare tutte le sfumature di un amore, dal momento dell’incontro, alla lenta costruzione di un legame potente; fino allo scioglimento, al tradimento, al ritorno come scelta razionale, allo scontro o all’assenza; alla solitudine, infine. E, chissà, a un altro incontro.

Adesso le sembrava di aver camminato per settimane per un corridoio lungo e stretto, con tutte le porte chiuse su entrambi i lati, e i suoi pensieri erano come il tappeto: lei li percorreva, ma la trama del tappeto era sempre uguale a se stessa, cosicché un solo ricordo non faceva che ripresentarsi ancora e ancora, come le onde contro l’argine, per poi sparire sotto il suo passo. Il corridoio pareva non avere mai fine e, sebbene lei procedesse sopra di esso, le sembrava di esserne prigioniera. ‘È solo il tempo che passa’, pensò con tristezza, e cominciò con cautela a riflettere sul significato delle porte. Persone? Opportunità? Gente con cui non aveva potuto parlare, cose che non aveva voluto fare? Erano chiuse a chiave?”

Paola Mastrobuoni